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Categoria: Opinioni
13 Agosto 2026
Visite: 120

 

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Le opinioni politiche: cosa sono e perché

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Categoria: Opinioni
06 Agosto 2026
Visite: 28

Le opinioni politiche: cosa sono e perché sono importanti in una democrazia

Le opinioni politiche rappresentano l'insieme delle idee, dei valori e delle convinzioni che ogni cittadino sviluppa riguardo al modo in cui uno Stato dovrebbe essere governato. Esse influenzano il voto, il dibattito pubblico e la partecipazione alla vita democratica, contribuendo a definire le scelte collettive di una nazione.

Come si formano le opinioni politiche

Le opinioni politiche non nascono dal nulla. Sono il risultato di numerosi fattori, tra cui l'educazione ricevuta, l'ambiente familiare, il livello di istruzione, l'esperienza lavorativa e le informazioni provenienti dai mezzi di comunicazione.

Anche gli eventi storici, le crisi economiche, i cambiamenti sociali e le questioni internazionali possono influenzare profondamente il modo in cui le persone interpretano la realtà politica. Con l'avvento di Internet e dei social network, inoltre, i cittadini hanno accesso a una quantità di informazioni senza precedenti, ma sono anche esposti al rischio della disinformazione e delle cosiddette "bolle informative".

Le principali correnti di pensiero

Nel panorama politico contemporaneo esistono diverse visioni della società e del ruolo dello Stato.

Le idee generalmente associate alla sinistra pongono l'accento sulla giustizia sociale, sulla riduzione delle disuguaglianze economiche e sulla tutela dei diritti civili e dei lavoratori.

Le correnti di centro tendono invece a privilegiare soluzioni moderate e pragmatiche, cercando un equilibrio tra intervento pubblico e iniziativa privata.

Le forze di destra attribuiscono maggiore importanza alla sicurezza, all'identità nazionale, alla riduzione della pressione fiscale e alla valorizzazione delle tradizioni.

Accanto a queste categorie tradizionali sono emersi nuovi movimenti che pongono al centro temi come l'ambiente, la partecipazione diretta dei cittadini, la digitalizzazione e la sostenibilità economica.

Il confronto delle idee

In una democrazia, il confronto tra opinioni diverse rappresenta uno degli elementi fondamentali del sistema politico. Il pluralismo consente infatti ai cittadini di esprimere liberamente le proprie posizioni e di confrontarsi con quelle degli altri.

Il dibattito pubblico, quando si svolge nel rispetto reciproco, favorisce la crescita culturale della società e permette di individuare soluzioni condivise ai problemi collettivi. La diversità di opinioni non deve essere considerata una minaccia, ma una risorsa che arricchisce il confronto democratico.

Il ruolo dei media e dei social network

I media tradizionali e le piattaforme digitali hanno assunto un ruolo sempre più rilevante nella formazione delle opinioni politiche. Giornali, televisioni, radio e siti di informazione contribuiscono a orientare il dibattito pubblico, mentre i social network permettono una diffusione immediata delle notizie e delle idee.

Tuttavia, la velocità con cui circolano le informazioni rende necessario sviluppare uno spirito critico capace di distinguere fonti affidabili da contenuti falsi o manipolati. La verifica delle notizie è diventata una competenza fondamentale per ogni cittadino.

Opinioni politiche e partecipazione democratica

Le opinioni politiche trovano la loro massima espressione attraverso la partecipazione democratica. Il voto, l'impegno civico, il volontariato, l'adesione a partiti o associazioni e la partecipazione ai dibattiti pubblici sono strumenti attraverso cui i cittadini possono contribuire alla vita del Paese.

Una democrazia sana si fonda infatti sulla partecipazione informata dei cittadini, sulla libertà di espressione e sul rispetto delle opinioni altrui.

Una ricchezza per la società

Le opinioni politiche sono parte integrante della vita democratica e riflettono la pluralità di idee presenti nella società. Pur nelle differenze, il dialogo e il confronto civile restano strumenti essenziali per affrontare le sfide del presente e costruire il futuro.

Comprendere le diverse visioni politiche non significa necessariamente condividerle, ma rappresenta un passo importante verso una società più consapevole, informata e democratica.

I misteri della Loggia deviata nelle carte desecretate della Questura di Catania

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Categoria: Opinioni
05 Agosto 2026
Visite: 47

GELLI, LA MORTE DEL COL. FLORIO, I RAPPORTI DEL CAPO DELLA P2 CON CATANIA

Erano le 18.40 del 26 luglio del 1978, la visibilità era ottima, con il cielo sereno di un’estate inoltrata. La Fiat 131 della Guardia di Finanza percorreva l’autostrada del Brennero, proveniente da Vipiteno e diretta a Modena quando, all’altezza dello svincolo per Carpi, sbandò repentinamente e, percorsi circa trecento metri senza più alcun controllo, scavalcò lo spartitraffico, finendo per impattare frontalmente contro una Mercedes che transitava su quel tratto di strada in direzione opposta.

L’urto violentissimo provocò la morte dei due occupanti della Fiat e dei due passeggeri della Mercedes.

A bordo dell’auto di servizio si trovava il Col. Salvatore Florio, alto ufficiale della Guardia di Finanza, nato a Catania il 10 febbraio 1926, che nello scontro fu scaraventato fuori dall’abitacolo e rinvenuto sul selciato della strada a oltre cinque metri dal mezzo.

Morì così, all’età di 52 anni, l’ufficiale delle Fiamme Gialle che, giovane orfano, aveva lasciato Catania per l’Accademia, e che ora lasciava la moglie e due figli.

Poco dietro la vettura di servizio, il caso volle che si trovasse un giornalista del nostro quotidiano “La Sicilia”. Era lì in vacanza, a bordo della sua autovettura, e raccontò poi alla moglie dell’ufficiale di aver visto l’auto perdere il controllo repentinamente, come se qualcosa di improvviso fosse accaduto al mezzo o a chi lo guidava.

Un incidente? Forse, o forse no!

La moglie e il fratello, ma anche la magistratura, con il Giudice Istruttore Dell’Osso, che a lungo se ne occupò, nutrirono forti dubbi che si fosse trattato di un incidente e non di un attentato. 

Dovettero, però, fin da subito fare i conti con una certa superficialità negli accertamenti successivi allo scontro, rilevando come addirittura nessuno avesse pensato (sic!) di compiere una perizia tecnica sulla Fiat 131 per accertare se la stessa avesse avuto un qualche guasto meccanico improvviso o fosse stata manomessa.

La moglie, Myriam Cappuccio, riferì al Magistrato che il marito era molto scrupoloso nel fare controllare continuamente sia l’auto personale che quella di servizio ed aggiunse che aveva chiesto ed ottenuto la sostituzione dell’autista con uno assai prudente e da lui preferito; evidentemente, dunque, qualcosa forse temeva.

Anche il fratello del Colonnello, l’indimenticato presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Catania, l’Avv. Nino Florio, papà del compianto altro presidente, Fabio Florio, sentito nel corso della istruttoria, spiegò che, a un certo punto, venuto a conoscenza delle indagini seguite dal fratello, apprese che nel suo stesso ambiente militare si parlava di attentato, inizialmente addirittura collegato al terrorismo, visto il periodo particolare: appena due mesi dopo l’assassinio del Presidente Aldo Moro.

La pista dell’incidente casuale evidentemente, però, non convinse quasi nessuno, al punto che vi furono anche delle interrogazioni parlamentari, presentate dall’On. Enzo Trantino per l’MSI e dai Radicali Emma Bonino, Adelaide Aglietta e Roberto Cicciomessere, con le quali si denunciavano le anomalie di quella morte ed il collegamento con il delicato ruolo rivestito dall’Ufficiale.

Ma quali erano state le indagini seguite dal Col. Florio, tanto da far temere che potesse esservi un collegamento con la sua morte?

Ebbene, Salvatore Florio, a capo dell’importantissimo Ufficio “I”, presso il Comando generale della Guardia di Finanza, era stato il primo ad occuparsi, insieme con i suoi sottoposti, di un signore allora sconosciuto ai più: Licio Gelli.

Era il 1974, e cioè ben sette anni prima delle perquisizioni che avrebbero poi portato alla scoperta della lista, forse incompleta, degli iscritti alla Loggia P2.

Negli appunti del Col. Florio, c’era già traccia di tutto: dalla militanza del predetto fino al 1956, probabilmente già sotto copertura, nel PCI, addirittura membro del comitato provinciale di Grosseto, fino all’avvicinamento alla DC, ai suoi interessi in Lebole, all’epoca di proprietà dell’ENI, ai traffici con il Sud America e con i Paesi dell’Est Europa, ai rapporti con i vertici militari e dei Servizi, alle relazioni con banchieri di primo piano, agli interessi nell’editoria nazionale, dai quotidiani locali al Corriere della Sera.

A quel punto, il Col. Florio fu dapprima avvicinato personalmente da Licio Gelli e blandito, con la proposta di entrare in Loggia per far carriera ma, di fronte al fermo rifiuto di quell’ufficiale onesto, non restò che passare ai soliti metodi.

Con l’insediamento del Gen. Raffaele Giudice come Comandante generale della Guardia di Finanza, ma anche tessera n. 535 della P2, il Col. Florio fu subito avvicendato all’Ufficio “I“con un altro ufficiale, mentre gli vennero proposte sedi provinciali periferiche, palesemente punitive e tali, comunque, da allontanarlo dalla sua famiglia che viveva a Roma.

Accettò, infine, Genova, ma, poiché anche da lì aveva ripreso alcune indagini delicate sugli idrocarburi, fu nuovamente trasferito, questa volta con l’incarico innocuo di vice Comandante della Scuola Allievi Ufficiali della Guardia di Finanza.

Non mancherà, peraltro, di affrontare proprio il Comandante generale, rappresentandogli che ben conosceva le sue amicizie pericolose e la vicinanza a certi ambienti. 

Era il mese di giugno del 1978, un mese dopo moriva nelle circostanze già descritte.

Il Col. Florio aveva con sé una borsa mentre deteneva nella cassaforte in Ufficio dei documenti sulla delicata indagine; la borsa non fu mai restituita alla vedova e i documenti scomparvero dalla cassaforte. 

Ma se c’è stato questo nostro coraggioso concittadino che si è occupato di una delle figure più inquietanti della Repubblica, ripagato con la mirra della punizione e fino a ricevere come stipendio la morte, altri invece sotto l’Etna imbastivano ben altro tipo di rapporti con il cosiddetto Venerabile di Arezzo.

Agli inizi degli anni ’80, quindi, dopo la scoperta degli elenchi della P2, in cui figuravano molti siciliani, tra cui alcuni catanesi illustri come Antonino Urbano, Cirino Fichera e Umberto Campisi, fu data delega all’Ufficio Digos della Questura di Catania per verificare alcuni rapporti intessuti da Gelli con soggetti identificati e residenti in città o in provincia.

Se i tre iscritti, rinvenuti nelle liste della Loggia P2, erano noti cattedratici e medici stimati, diverso sembrò il profilo di persone assai meno note, quando non del tutto sconosciute, in accertati rapporti con il piduista di Castiglion Fibocchi.

Tra i documenti declassificati si rinviene, ad esempio, un accertamento “Riservato” su un consigliere comunale di un centro importante della provincia che, interpellato dagli Agenti, dichiarò di <<conoscere alcune note personalità, tra cui Licio Gelli, con il quale in più occasioni si sarebbe incontrato. Con lo stesso avrebbe programmato di organizzare un incontro-dibattito con i giovani avente per tema: “Il libro di poesie di Gelli”.>>

Non sappiamo se Gelli abbia poi effettivamente mai presentato quel libro, ma tra le sue poesie c’è un verso che recita: <<Mi lascio dietro una traccia di ricordi nostalgici ed una vita equivoca e disseminata di trappole, e così che mi perdo nel tramonto appena nato e nei sogni mi si schiude l’incertezza del futuro>>. Lirica, neppure tanto ermetica, in cui confessa una vita equivoca e disseminata di trappole, anche se non è specificato se tese all’autore o dall’autore.

Il consigliere comunale, comunque, non era l’unico riferimento del dichiarato capo della P2, poiché in quelle carte ora desecretate compaiono piccoli imprenditori locali, anonimi dipendenti di strutture pubbliche e liberi professionisti.

Non è dato conoscere, per la verità, perché mai queste carte, con gli accertamenti di polizia, le verifiche sub-delegate da altre Questure, e le acquisizioni della Prefettura, siano state secretate. Ma tutto ciò avvenne mentre il Parlamento aveva appena varato la Commissione di Inchiesta sulla P2, presieduta dall’On. Tina Anselmi con vicepresidente l’On. Salvo Andò.

Autorevoli studiosi hanno scritto che, mentre alcuni nelle Istituzioni ricercavano la verità, altri brigavano per coprirla e per ridimensionare comunque le inconfessabili azioni opache, quando non criminali, che i vertici di quella Loggia deviata, nella loro doppia veste di vertici dello Stato e di obbedienza massonica coperta, avevano compiuto e persistevano nel compiere.

Non ci siamo, però, dimenticati del nostro Col. Florio e cosa accadde ai suoi collaboratori, che nel lontano 1974 avevano osato indagare su Licio Gelli.

Infatti, il Tenente Colonnello Serrentino, redattore nel marzo del 1974, su incarico di Florio, di un importante “Appunto” su Licio Gelli, si congedò nell’ottobre dello stesso anno, pur avendo ancora davanti la possibilità di una carriera importante.

Anche il Maggiore De Salvo si congedò, ed anch’egli giovane.

Il più stretto collaboratore, il Cap. Luciano Rossi, si suicidò il 5 giugno 1981. Uno dei suoi rapporti del 1974, uno di quelli scomparsi e che proprio Florio aveva ordinato, fu ritrovato a Villa Wanda, la residenza di Gelli. L’8 giugno di quell’anno avrebbe dovuto essere interrogato in Procura a Milano, nell’ambito dell’inchiesta sulla P2 e lo stesso giorno in cui Rossi si sarebbe sparato, si era recato dal suo legale, al quale aveva confidato i suoi sospetti sulla morte non accidentale di Florio.

Infine, a proposito di morti sospette, Catania fu teatro di un altro singolare suicidio, sempre legato alla P2: il 3 marzo 1985 morì, infatti, all’età di 55 anni, il Colonnello dell’Esercito Vito Alecci, in servizio alla Sommaruga, compagno per un lungo periodo di Nara Lazzerini, la segretaria di Licio Gelli; la donna che per anni aveva assistito agli incontri riservati del Venerabile all’Hotel Excelsior di Roma, e che parlò di <<un omicidio bello e  buono>>, da ricondurre senza esitazione alla Loggia.

Anche il Col. Alecci, che risultò iscritto alla P2, era stato sentito come testimone dai Magistrati di Milano che, ad un certo punto dell’interrogatorio, gli chiesero dell’On. Flaminio Piccoli, di Carmine Pecorelli e di Michele Sindona. 

Insomma, anche in questa trama irrisolta, che è stata la P2, con più d’uno ancora in giro e dunque beneficiato dall’impunità, Catania e alcuni catanesi hanno svolto un ruolo, qualcuno dalla parte dei buoni e altri da quella dei cattivi.

Se è vero, come diceva S. Agostino, che la verità è morosa ma adempiente, ci toccherà forse prima o poi conoscerla.

Carburanti, i prezzi restano elevati

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Categoria: Opinioni
04 Agosto 2026
Visite: 23

Carburanti, i prezzi restano elevati: il governo prepara il ritorno delle accise mobili

Nonostante gli interventi messi in campo dal governo per contenere il costo dei carburanti, gli effetti sui prezzi alla pompa non sembrano, almeno finora, aver prodotto una riduzione significativa per gli automobilisti.

Secondo le stime, sono oltre 2 miliardi di euro le risorse utilizzate dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni per cercare di calmierare il prezzo di benzina e gasolio. I fondi sono arrivati da diverse fonti: maggiori entrate legate all’aumento dell’Iva sui carburanti, sanzioni dell’Antitrust nei confronti di alcune società energetiche e altri stanziamenti pubblici.

L’ultimo intervento, entrato in vigore dal 28 luglio al 6 agosto, ha comportato un costo di circa 125 milioni di euro, ma i dati sui prezzi continuano a mostrare valori elevati.

I prezzi alla pompa restano sopra i due euro

La rilevazione quotidiana dell’Osservatorio prezzi carburanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, aggiornata al 4 agosto, indica che il prezzo medio nazionale della benzina in modalità self service si è attestato intorno a 1,99 euro al litro, mentre il gasolio ha superato la soglia dei 2,10 euro al litro.

Numeri che confermano la difficoltà del mercato dei carburanti, influenzato da diversi fattori internazionali: dalle quotazioni del petrolio alle tensioni geopolitiche, fino alle dinamiche della domanda globale.

Il governo punta sulle accise mobili

Il ritorno del meccanismo delle accise mobili è stato annunciato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni dopo il vertice a Palazzo Chigi con i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

La misura dovrebbe entrare nuovamente in vigore dal 25 agosto e prevede l’utilizzo dell’eventuale aumento delle entrate Iva derivanti dal caro carburanti per ridurre temporaneamente il peso delle accise su benzina e gasolio.

In pratica, quando l’aumento dei prezzi genera un maggior gettito fiscale per lo Stato, una parte di queste risorse può essere restituita ai consumatori attraverso una riduzione delle imposte sui carburanti.

«Continueremo a monitorare la situazione per valutare ogni eventuale ulteriore intervento», ha dichiarato Meloni, sottolineando la volontà del governo di intervenire per limitare gli effetti dei rincari in una fase economica internazionale ancora complessa.

Come funziona il meccanismo

Il sistema delle accise mobili non può essere attivato immediatamente, perché necessita prima della verifica delle entrate fiscali effettivamente registrate.

La procedura prevede infatti che venga calcolato l’eventuale extr gettito Iva derivante dall’aumento dei prezzi dei carburanti nel mese precedente. Solo dopo questa verifica è possibile stabilire le risorse disponibili e definire l’entità del possibile taglio delle accise.

Un esempio recente risale a maggio, quando il decreto ministeriale aveva certificato un maggior gettito Iva pari a circa 191,2 milioni di euro.

Per questo motivo, prima di conoscere l’effettiva portata dell’intervento, sarà necessario attendere i dati definitivi della prima settimana di agosto.

Nessun passaggio in Consiglio dei ministri necessario

Per riattivare il meccanismo delle accise mobili non sarà necessario un nuovo decreto approvato dal Consiglio dei ministri. L’intervento potrà essere disposto direttamente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze attraverso un decreto ministeriale.

La misura rappresenta quindi uno degli strumenti a disposizione del governo per tentare di contenere il costo dei carburanti, anche se il suo impatto finale dipenderà dall’ammontare delle risorse effettivamente disponibili e dall’andamento dei mercati energetici internazionali.

Nel frattempo, milioni di automobilisti continuano a confrontarsi con prezzi ancora elevati, in attesa di capire se il nuovo intervento riuscirà a produrre effetti concreti sulle stazioni di servizio.

La memoria della Resistenza

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Categoria: Opinioni
04 Agosto 2026
Visite: 21

Vera Michelin-Salomon, la memoria della Resistenza: una vita tra libertà, conoscenza e impegno civile

A novantuno anni, Vera Michelin-Salomon vive in un appartamento della capitale, non lontano dalla stazione ferroviaria. Una casa apparentemente normale, con la facciata in ristrutturazione, come tante altre. Ma basta varcare la soglia per capire che quel luogo custodisce qualcosa di diverso: una memoria preziosa fatta di documenti, testimonianze e pagine di storia.

Quando Vera apre una vecchia valigetta conservata nel mobile del soggiorno e dispone sul tavolo quei fogli ingialliti dal tempo, emerge il racconto di una giovane donna appena diciottenne, trascinata negli anni più bui del Novecento. Sono gli atti del processo davanti al tribunale militare tedesco e le testimonianze della prigionia vissuta nelle carceri naziste.

È la storia di una ragazza arrivata a Roma nel 1941 dalla provincia piemontese, da una famiglia di tradizione valdese legata all’Esercito della Salvezza. Vera cercava autonomia, cultura e nuovi orizzonti. La sua vita cambiò quando scelse di opporsi al fascismo attraverso una forma di resistenza non armata. Per questo, nel 1944, venne arrestata e deportata in Germania come prigioniera politica.

Una scelta nata dalla conoscenza

La vicenda di Vera Michelin-Salomon è una storia di antifascismo, ma anche una riflessione sul valore della conoscenza, della libertà e della partecipazione civile.

«La mia scelta, come quella di altri, fu naturale, basata sulla conoscenza. Se una persona sa, non può che comportarsi di conseguenza», raccontava ricordando quegli anni.

Per Vera cultura e informazione sono sempre state strumenti fondamentali per comprendere il mondo e assumersi responsabilità. Non è casuale che, terminata la guerra, abbia scelto di dedicare la propria vita al lavoro di bibliotecaria.

«Bisogna studiare, essere curiosi e sapere in quale mondo si vive», spiegava. Un messaggio rivolto soprattutto ai giovani, ai quali invitava a non isolarsi e a mantenere vivo il rapporto con la realtà.

Secondo Vera, anche in un'epoca in cui la partecipazione politica sembra avere perso forza, le nuove generazioni potranno trovare nuove forme di impegno:

«I giovani devono trovare la loro strada. Forse vivranno una politica diversa da quella che abbiamo conosciuto noi, meno legata ai partiti e più nelle loro mani. Ma della politica non si può fare a meno, perché è ciò che tiene insieme una società».

Dalla provincia piemontese alla Resistenza romana

La storia di Vera comincia a Carema, in provincia di Torino. Nel 1941, a diciotto anni, decide di trasferirsi a Roma per costruire la propria indipendenza e ampliare la propria formazione.

Nella capitale lavora come segretaria economa in una scuola professionale e inizia a frequentare ambienti antifascisti insieme alla cugina e amica Enrica Filippini-Lera, che condividerà con lei anche la deportazione.

Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione tedesca di Roma, la scelta diventa definitiva. Vera, Enrica e altri giovani resistenti partecipano alla lotta clandestina attraverso attività di opposizione non armata.

Tra le persone coinvolte vi erano Paolo Buffa e Paolo Petrucci, quest’ultimo in collegamento con le forze speciali britanniche.

Vera ricordava con particolare dolore la figura di Paolo Petrucci, ucciso nell’eccidio delle Fosse Ardeatine:

«Qualche giorno fa abbiamo dedicato a Paolo una pietra d’inciampo. Mi è sembrato quasi di dargli finalmente una sepoltura. L’unica consolazione è pensare che fu tra i primi a morire e non dovette assistere a tutto il resto».

L’arresto e la deportazione

Durante la Resistenza romana Vera operava nel Comitato studentesco di agitazione. Il suo compito era distribuire materiale di propaganda antifascista davanti alle scuole superiori e all’università, contribuendo alla protesta contro il controllo imposto dal regime e dalla Repubblica Sociale Italiana.

Insieme alla cugina aderì anche a una cellula clandestina del Partito Comunista Italiano nella zona di piazza Vittorio.

Il 14 febbraio 1944 un reparto delle SS fece irruzione in via Buonarroti a Roma e arrestò tutti i presenti: Paolo Buffa, Paolo Petrucci, Cornelio Michelin-Salomon, fratello diciottenne di Vera appena arrivato nella capitale, e le due giovani donne.

Durante il processo davanti al tribunale militare tedesco, l’avvocato d’ufficio ritenne necessario precisare che Vera non era ebrea, probabilmente a causa del cognome che poteva generare equivoci.

Le ragazze furono condannate a tre anni di carcere duro, mentre i giovani furono inizialmente assolti. Paolo Petrucci, tuttavia, sarebbe stato successivamente catturato e ucciso alle Fosse Ardeatine.

Il viaggio verso la Germania e la liberazione

Il 24 aprile 1944 Vera ed Enrica iniziarono il viaggio verso la Germania. Trasportate prima su un camion e poi su un carro ferroviario destinato ai deportati, arrivarono a Monaco di Baviera.

Successivamente passarono dal campo di concentramento di Dachau e dalla prigione di Stadelheim, fino al carcere femminile di Aichach.

La liberazione arrivò il 29 aprile 1945, quando le truppe americane raggiunsero il penitenziario. Il ritorno in Italia non fu immediato: Vera riuscì a rientrare a Milano solo dopo il 2 giugno.

La memoria come responsabilità

La storia di Vera Michelin-Salomon non è soltanto il racconto di una giovane antifascista perseguitata durante la guerra. È anche una testimonianza sul valore della conoscenza, sulla necessità di difendere la libertà e sul ruolo della memoria nella costruzione della società.

Attraverso i documenti conservati nella sua vecchia valigetta, Vera ha continuato negli anni a raccontare ciò che accadde, non come semplice ricordo personale, ma come patrimonio collettivo.

Una memoria che invita a conoscere il passato per comprendere il presente e affrontare il futuro con maggiore consapevolezza.

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