Vera Michelin-Salomon, la memoria della Resistenza: una vita tra libertà, conoscenza e impegno civile

A novantuno anni, Vera Michelin-Salomon vive in un appartamento della capitale, non lontano dalla stazione ferroviaria. Una casa apparentemente normale, con la facciata in ristrutturazione, come tante altre. Ma basta varcare la soglia per capire che quel luogo custodisce qualcosa di diverso: una memoria preziosa fatta di documenti, testimonianze e pagine di storia.

Quando Vera apre una vecchia valigetta conservata nel mobile del soggiorno e dispone sul tavolo quei fogli ingialliti dal tempo, emerge il racconto di una giovane donna appena diciottenne, trascinata negli anni più bui del Novecento. Sono gli atti del processo davanti al tribunale militare tedesco e le testimonianze della prigionia vissuta nelle carceri naziste.

È la storia di una ragazza arrivata a Roma nel 1941 dalla provincia piemontese, da una famiglia di tradizione valdese legata all’Esercito della Salvezza. Vera cercava autonomia, cultura e nuovi orizzonti. La sua vita cambiò quando scelse di opporsi al fascismo attraverso una forma di resistenza non armata. Per questo, nel 1944, venne arrestata e deportata in Germania come prigioniera politica.

Una scelta nata dalla conoscenza

La vicenda di Vera Michelin-Salomon è una storia di antifascismo, ma anche una riflessione sul valore della conoscenza, della libertà e della partecipazione civile.

«La mia scelta, come quella di altri, fu naturale, basata sulla conoscenza. Se una persona sa, non può che comportarsi di conseguenza», raccontava ricordando quegli anni.

Per Vera cultura e informazione sono sempre state strumenti fondamentali per comprendere il mondo e assumersi responsabilità. Non è casuale che, terminata la guerra, abbia scelto di dedicare la propria vita al lavoro di bibliotecaria.

«Bisogna studiare, essere curiosi e sapere in quale mondo si vive», spiegava. Un messaggio rivolto soprattutto ai giovani, ai quali invitava a non isolarsi e a mantenere vivo il rapporto con la realtà.

Secondo Vera, anche in un'epoca in cui la partecipazione politica sembra avere perso forza, le nuove generazioni potranno trovare nuove forme di impegno:

«I giovani devono trovare la loro strada. Forse vivranno una politica diversa da quella che abbiamo conosciuto noi, meno legata ai partiti e più nelle loro mani. Ma della politica non si può fare a meno, perché è ciò che tiene insieme una società».

Dalla provincia piemontese alla Resistenza romana

La storia di Vera comincia a Carema, in provincia di Torino. Nel 1941, a diciotto anni, decide di trasferirsi a Roma per costruire la propria indipendenza e ampliare la propria formazione.

Nella capitale lavora come segretaria economa in una scuola professionale e inizia a frequentare ambienti antifascisti insieme alla cugina e amica Enrica Filippini-Lera, che condividerà con lei anche la deportazione.

Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione tedesca di Roma, la scelta diventa definitiva. Vera, Enrica e altri giovani resistenti partecipano alla lotta clandestina attraverso attività di opposizione non armata.

Tra le persone coinvolte vi erano Paolo Buffa e Paolo Petrucci, quest’ultimo in collegamento con le forze speciali britanniche.

Vera ricordava con particolare dolore la figura di Paolo Petrucci, ucciso nell’eccidio delle Fosse Ardeatine:

«Qualche giorno fa abbiamo dedicato a Paolo una pietra d’inciampo. Mi è sembrato quasi di dargli finalmente una sepoltura. L’unica consolazione è pensare che fu tra i primi a morire e non dovette assistere a tutto il resto».

L’arresto e la deportazione

Durante la Resistenza romana Vera operava nel Comitato studentesco di agitazione. Il suo compito era distribuire materiale di propaganda antifascista davanti alle scuole superiori e all’università, contribuendo alla protesta contro il controllo imposto dal regime e dalla Repubblica Sociale Italiana.

Insieme alla cugina aderì anche a una cellula clandestina del Partito Comunista Italiano nella zona di piazza Vittorio.

Il 14 febbraio 1944 un reparto delle SS fece irruzione in via Buonarroti a Roma e arrestò tutti i presenti: Paolo Buffa, Paolo Petrucci, Cornelio Michelin-Salomon, fratello diciottenne di Vera appena arrivato nella capitale, e le due giovani donne.

Durante il processo davanti al tribunale militare tedesco, l’avvocato d’ufficio ritenne necessario precisare che Vera non era ebrea, probabilmente a causa del cognome che poteva generare equivoci.

Le ragazze furono condannate a tre anni di carcere duro, mentre i giovani furono inizialmente assolti. Paolo Petrucci, tuttavia, sarebbe stato successivamente catturato e ucciso alle Fosse Ardeatine.

Il viaggio verso la Germania e la liberazione

Il 24 aprile 1944 Vera ed Enrica iniziarono il viaggio verso la Germania. Trasportate prima su un camion e poi su un carro ferroviario destinato ai deportati, arrivarono a Monaco di Baviera.

Successivamente passarono dal campo di concentramento di Dachau e dalla prigione di Stadelheim, fino al carcere femminile di Aichach.

La liberazione arrivò il 29 aprile 1945, quando le truppe americane raggiunsero il penitenziario. Il ritorno in Italia non fu immediato: Vera riuscì a rientrare a Milano solo dopo il 2 giugno.

La memoria come responsabilità

La storia di Vera Michelin-Salomon non è soltanto il racconto di una giovane antifascista perseguitata durante la guerra. È anche una testimonianza sul valore della conoscenza, sulla necessità di difendere la libertà e sul ruolo della memoria nella costruzione della società.

Attraverso i documenti conservati nella sua vecchia valigetta, Vera ha continuato negli anni a raccontare ciò che accadde, non come semplice ricordo personale, ma come patrimonio collettivo.

Una memoria che invita a conoscere il passato per comprendere il presente e affrontare il futuro con maggiore consapevolezza.