di Antonio Fiumefreddo
La parola “fronte” ha una storia molto più ampia di quella dei singoli movimenti che l’hanno adottata.
Nasce dal linguaggio militare e, nel Novecento, diventa una delle parole più efficaci per indicare forze diverse che si uniscono davanti a un avversario o per difendere una causa comune.
Il significato originario viene dal latino frons, frontis: la fronte, la parte anteriore del volto, e per estensione ciò che sta “davanti”.
Nel lessico militare il “fronte” diventa la linea sulla quale due eserciti si contrappongono.
La Prima guerra mondiale rende questa accezione familiare a milioni di europei: il fronte occidentale, il fronte italiano, “andare al fronte”.
Da qui il passaggio politico è quasi naturale.
Se la politica diventa conflitto, una coalizione può presentarsi come una linea comune di resistenza o di ribellione.
È soprattutto tra gli anni ‘20 e ‘40 del ‘900 che “fronte” acquista il suo significato politico moderno.
La caratteristica fondamentale è questa: un fronte, diversamente da un partito, non presuppone necessariamente una completa identità ideologica.
Comunisti, socialisti, liberali, cattolici o repubblicani possono rimanere differenti e tuttavia costituire un fronte perché ritengono prioritaria una battaglia comune.
L’esempio storico più importante è quello dei Fronti popolari degli anni ‘30, con i fronts populaires: le grandi alleanze antifasciste.
In Francia, il Front populaire riunì socialisti, comunisti e radicali e vinse le elezioni del 1936, portando Léon Blum alla guida del governo.
In Spagna, il Frente Popular vinse anch’esso le elezioni del febbraio 1936, poco prima dello scoppio della guerra civile.
Durante la Resistenza europea la parola assume una forte connotazione antifascista.
I movimenti clandestini e le coalizioni della Resistenza vengono spesso descritti come fronti nazionali, fronti della libertà o fronti di liberazione. Anche la denominazione Fronte di Liberazione Nazionale diverrà poi comunissima nei movimenti anticoloniali del secondo dopoguerra: il caso più celebre è il Front de Libération Nationale algerino, protagonista della guerra d’indipendenza contro la Francia dal 1954 al 1962.
In Italia la parola entra stabilmente nel vocabolario politico della Repubblica. Uno degli episodi più significativi è il Fronte Democratico Popolare, costituito dal Partito Comunista Italiano e dal Partito Socialista per le elezioni politiche del 18 aprile 1948.
Il simbolo raffigurava Garibaldi e l’esperienza terminò con la netta vittoria della Democrazia Cristiana.
In quel caso, “fronte” esprimeva perfettamente l’idea di una coalizione elettorale che superava, senza cancellarle, le identità dei partiti partecipanti.
Nel secondo dopoguerra il termine conosce un’enorme fortuna internazionale.
Nascono fronti di liberazione nazionale, fronti rivoluzionari, fronti patriottici, fronti democratici, fronti nazionali. La parola diventa particolarmente frequente nei processi di decolonizzazione perché comunica immediatamente l’idea di una comunità che, davanti a un nemico o a un dominio esterno, accantona temporaneamente le proprie divisioni interne.
Dal punto di vista della comunicazione politica, “fronte” conserva alcune implicazioni molto forti.
Ed è probabilmente questa la ragione della sua straordinaria longevità. Dire “fronte” significa implicitamente affermare: possiamo essere diversi tra noi, ma davanti a questa questione siamo dalla stessa parte.
Il fronte, poi, non è soltanto un’unione: è un’unione contro qualcosa o in difesa di qualcosa. Per questo possiede una maggiore intensità emotiva di parole come “associazione” o “coalizione”. Evoca urgenza, mobilitazione, resistenza.
Nella tradizione democratica europea espressioni come “fronte antifascista”, “fronte democratico” o “fronte costituzionale” hanno proprio questo significato: non necessariamente la nascita di un nuovo partito, ma la disponibilità di soggetti differenti a ritrovarsi attorno a un principio ritenuto superiore alle rispettive appartenenze.
Vero è anche, infine, che l’espressione è stata usata anche dalla destra ma conserva comunque l’evocazione di un’urgenza mobilitativa che si rivolge a tutti coloro, come nel nostro caso, temono la perdita delle libertà conquistate, della democrazia raggiunta, della Costituzione scelta con la Repubblica.