di Valeria Giuffrida
L'analfabetismo di regime e il lessico dell'odio: perché "clandestino" è una menzogna politica
Quando un politico di destra o un megafono mediatico pronuncia la parola "clandestino", non sta compiendo un atto di "realismo", né sta esercitando la libertà di pensiero. Sta manifestando due cose ben precise: un profondo analfabetismo istituzionale e la precisa volontà ideologica di disumanizzare l'altro.
Continuare a usare questo termine non è una semplice svista lessicale: è un riflesso incondizionato della propaganda. Chi oggi si ostina a pronunciarlo o a scriverlo esibisce una profonda ignoranza del diritto, rimanendo irrimediabilmente superato, disinformato e complice di una narrazione tossica.
L'informazione indipendente e antifascista ha il dovere politico e morale di bandire questo vocabolo e di smontare pezzo per pezzo le mistificazioni della destra. Chiunque utilizzi questo termine compie una figura misera, e le ragioni risiedono in tre dati di fatto inattaccabili.
1. Un errore giuridico macroscopico
Dal punto di vista del diritto, definire una persona "clandestina" è un'aberrazione concettuale. Le violazioni si commettono, non si incarnano: nel nostro ordinamento e in quello internazionale l'irregolarità è una condizione amministrativa, non uno status antropologico. Nessun essere umano è un illecito in sé.
In Italia non esistono persone "non identificate" entrate indisturbate che mantengono una sorta di natura illegale: si tratta di persone identificate ma prive di titolo di permanenza, ovveroirregolari. Inoltre, chi sbarca sulle coste o arriva attraverso le rotte terrestri manifesta quasi sempre l'intenzione di chiedere protezione internazionale: fino all'esito dell'esame di quella domanda, tali persone sono a tutti gli effetti richiedenti asilo.
Etichettarle come "clandestini" prima del giudizio delle commissioni significa calpestare il diritto internazionale e l'articolo 10 della Costituzione italiana. È l'esatto equivalente di definire "ergastolano" chiunque venga fermato per un normale controllo stradale prima ancora che sia celebrato un processo.
2. Il disprezzo dei codici deontologici
Chi scrive per mestiere – giornalisti, comunicatori, opinionisti – non ha scuse. Dal 2008 esiste la Carta di Roma, il protocollo deontologico vincolante che impone a chi fa informazione un linguaggio corretto e rispettoso della dignità umana. La Carta parla chiaro: il termine "clandestino" va bandito perché improprio, veicolo di pregiudizio e incapace di descrivere la realtà.
Il testo impone l'uso di espressioni aderenti ai fatti come richiedente asilo, rifugiato o migrante irregolare. Ignorare questo protocollo rivela soltanto due possibilità: l'incapacità professionale o la precisa scelta di calpestare le regole per scopi ideologici e cinico clickbait.
3. La trappola della disumanizzazione e del dogma fascista
La retorica reazionaria usa questa parola per applicare una precisa tecnica di ingegneria sociale: trasformare l'individuo in un concetto astratto, una minaccia indistinta, un "oggetto" da respingere anziché un soggetto di diritti. È la scorciatoia mentale di chi non possiede argomenti per analizzare i flussi migratori, la logistica dell'accoglienza, gli accordi internazionali o i corridoi umanitari.
Il glossario dell'odio: le parole della discriminazione e del sottinteso fascista
Il termine "clandestino" non vive in un vuoto linguistico, ma fa parte di un preciso vocabolario dogmatico, xenofobo e dogmaticamente neofascista costruito per manipolare il dibattito pubblico. Riconoscere queste parole è il primo passo per disarmare la propaganda.
- Invasione / Sostituzione etnica:Espressioni d'ispirazione chiaramente etno-nazionalista e complottista (come la teoria della "Grande Sostituzione"). Servono a trasformare un fenomeno migratorio strutturale in un atto di guerra biologico e culturale, alimentando la paranoia collettiva.
- Carico residuale: Formula di matrice burocratica e reificante, usata dal potere per ridurre gli esseri umani in mare a merce scartabile o peso contabile.
- Nazione / Patria / Difesa dei confini:Concetti distorti in chiave sciovinista e sovranista. Il confine smette di essere una linea giuridica di contatto e diventa un muro ideologico sacro da "difendere" con la forza contro disperati disarmati.
- Prima gli italiani: Slogan d'ordine che reintroduce una gerarchia tra esseri umani basata sul luogo di nascita, pilastro della discriminazione sistemica e del suprematismo di Stato.
- Buonisti / Radical chic: Manganelli verbali usati dalla destra per criminalizzare la solidarietà, il soccorso in mare e la difesa dei diritti umani, bollando la Costituzione e la pietà umana come debolezza o elitismo.
- Degrado: Categoria elastica impiegata per criminalizzare la povertà e la marginalità sociale, giustificando politiche repressive, sgomberi e Daspo urbani anziché interventi di welfare.
- Lobby LGBT / Teoria del Gender:Formule dogmatiche usate per demonizzare le lotte per i diritti civili, evocando minacce all'ordine "naturale" e alla famiglia tradizionale di stampo patriarcale.
La chiarezza delle parole
Ristabilire la verità del linguaggio è un atto di resistenza democratica. Le distinzioni fondamentali da adottare sono immediate:
- Migrante irregolare: Per indicare chi si trova in una condizione amministrativa priva di titolo di soggiorno (situazione legata a un documento, mai all'essenza della persona).
- Richiedente asilo: Per indicare chi ha presentato domanda di protezione e ha il diritto legale di risiedere nel Paese fino all'esito del ricorso.
Ripetere a pappagallo una parola bandita dai codici e smentita dal diritto non rende nessuno "coraggioso" o "controcorrente". Colloca semplicemente nelle retroguardie di un pensiero reazionario, incapace di comprendere la realtà. La prossima volta che sentiremo usare questi termini dalla destra di governo o da media compiacenti, smascheriamo la mistificazione: stanno solo confermando la propria natura illiberale e la totale assenza di argomenti.