di Salvatore Borzellino
Il “sistema Vannacci”: quando il buonsenso prepara l’autoritarismo
Da qualche tempo sono impegnato nella stesura di un libro che analizza e confuta sistematicamente Il mondo al contrario di Roberto Vannacci. Non intendo rispondere alle sue provocazioni contrapponendo un’ideologia a un’altra, ma ricostruire i suoi ragionamenti e verificarne la tenuta attraverso gli strumenti della logica e della filosofia politica. Da questa analisi emerge un elemento che ritengo particolarmente preoccupante. Il problema non risiede soltanto nelle singole affermazioni di Vannacci, ma nel sistema che le collega: una visione della società nella quale la maggioranza viene identificata con la normalità, la normalità con la natura e la natura con ciò che è moralmente giusto. È attraverso questa catena apparentemente innocua che un discorso presentato come semplice “buonsenso” può preparare una deriva autoritaria e neofascista.
La maggioranza trasformata in norma
Nel primo capitolo de Il mondo al contrario, il buonsenso non è una disposizione prudenziale e fallibile. Diventa il criterio con cui stabilire che cosa sia vero, naturale e legittimo. Ma chi stabilisce che cosa corrisponda al buonsenso?
Nel discorso di Vannacci, la risposta coincide quasi sempre con ciò che penserebbe la maggioranza, con ciò che si è sempre pensato o con ciò che egli considera naturale. Ne deriva una catena implicita:
ciò che è maggioritario è normale;
ciò che è normale è naturale;
ciò che è naturale è giusto;
ciò che si discosta dalla maggioranza è una deviazione.
Questo passaggio è logicamente infondato e politicamente pericoloso. Essere minoritari non significa essere anormali in senso morale, così come essere maggioritari non significa avere ragione. Se così fosse, ogni conquista civile o scientifica avrebbe dovuto essere respinta nel momento in cui era sostenuta soltanto da una minoranza. La democrazia costituzionale non coincide con la semplice volontà del maggior numero. La maggioranza governa, ma incontra limiti invalicabili nei diritti fondamentali, nella dignità della persona e nella libertà delle minoranze. Senza questi limiti, la democrazia degenera nel dominio del numero. Quando Vannacci afferma che la maggioranza decide e la minoranza “si adegua”, elimina proprio questa distinzione. Il cittadino appartenente alla maggioranza diventa il modello della comunità; chi non vi corrisponde può essere tollerato, ma soltanto a condizione di non mettere in discussione la norma stabilita dagli altri.
La costruzione del nemico interno
Ogni progetto autoritario ha bisogno di trasformare il conflitto sociale in uno scontro tra una comunità autentica e qualcuno che la minaccerebbe dall’interno. Nel sistema Vannacci, questa funzione viene svolta alternativamente dalle persone LGBT, dagli immigrati, dalle femministe, dagli ambientalisti, dagli intellettuali, dalla “correttezza politica” e da una non meglio definita élite progressista. Soggetti molto diversi vengono raccolti sotto un’unica rappresentazione: minoranze organizzate che avrebbero conquistato le istituzioni e imporrebbero la propria volontà alla maggioranza silenziosa.
La rappresentazione è efficace perché capovolge i rapporti di forza. La minoranza discriminata viene descritta come dominante; la maggioranza come perseguitata. Il riconoscimento di un diritto diventa un privilegio, l’inclusione un’imposizione, la visibilità una forma di prevaricazione. Non occorre dimostrare quali diritti siano stati realmente sottratti alla maggioranza. È sufficiente alimentare la sensazione che “non si possa più dire nulla”, che le tradizioni siano sotto assedio e che qualcuno pretenda di cancellare la normalità.
La paura prende così il posto dell’argomentazione.
La caricatura al posto delle persone
Un altro elemento ricorrente è la riduzione delle persone a caricature. Nel primo capitolo, Vannacci accosta l’identità transgender al terrapiattismo, ai microchip nei vaccini e ai galli che depongono uova. L’obiettivo non è comprendere il fenomeno, ma renderlo ridicolo prima ancora che possa essere discusso. La persona transgender viene rappresentata come qualcuno che pretende di modificare la realtà attraverso un capriccio soggettivo. Una volta costruita questa caricatura, non è più necessario ascoltare le persone coinvolte, distinguere il sesso biologico dall’identità sociale o discutere seriamente delle forme del riconoscimento giuridico. Il bersaglio è già stato collocato fuori dall’area della razionalità. È un meccanismo tipico della politica autoritaria: prima si nega la complessità dell’altro, poi lo si riduce a una figura grottesca e infine lo si presenta come una minaccia per l’ordine comune. La disumanizzazione non comincia necessariamente con la violenza esplicita. Comincia quando alcune persone cessano di essere considerate interlocutori e diventano categorie da irridere, contenere o correggere.
Il dissenso a senso unico
Vannacci si presenta come difensore della libertà di espressione contro la censura del politicamente corretto. Ma la libertà che rivendica non è pienamente reciproca. Egli reclama il diritto di giudicare alcune identità come anormali, alcune rivendicazioni come assurde e determinate idee come contrarie al buonsenso. Quando però altri definiscono le sue posizioni razziste, omofobe o autoritarie, la critica viene rappresentata come censura e criminalizzazione del dissenso. Per sé rivendica il diritto di giudicare; nel giudizio degli altri vede una persecuzione. Questo capovolgimento è politicamente rilevante. Il dissenso è considerato legittimo quando si rivolge contro le minoranze, i movimenti civili o la cultura democratica; diventa invece intolleranza quando contesta il nazionalismo, il razzismo o l’autoritarismo. La libertà di espressione viene così trasformata nel diritto di parlare senza incontrare contraddittorio e senza assumersi la responsabilità politica delle proprie parole.
Perché parlare di deriva neofascista
Definire neofascista un sistema politico non significa sostenere che esso riproduca esattamente il regime mussoliniano, con le stesse istituzioni, le stesse uniformi e gli stessi strumenti repressivi. Il fascismo storico appartiene a un contesto determinato; le sue categorie politiche, tuttavia, possono sopravvivere e ricomporsi in forme nuove.
Nel sistema Vannacci ritroviamo alcuni di questi elementi:
- la comunità nazionale immaginata come corpo omogeneo;
- l’identificazione della maggioranza con il popolo autentico;
- la riduzione delle minoranze a deviazioni o minacce;
- la contrapposizione tra cittadini pienamente legittimi e presenze soltanto tollerate;
- il culto della normalità, dell’autorità e della tradizione;
- la rappresentazione del dissenso democratico come censura;
- la promessa di restaurare un ordine naturale che sarebbe stato sovvertito.
Non siamo necessariamente davanti a un programma già compiuto di dittatura. Siamo però davanti a una grammatica politica compatibile con l’autoritarismo: una grammatica che rende pensabile la limitazione dei diritti, perché prima ha descritto alcuni diritti come privilegi; che rende accettabile l’esclusione, perché prima ha trasformato alcune persone in anomalie; che rende desiderabile l’uomo forte, perché prima ha rappresentato la democrazia pluralista come caos e decadenza. La deriva autoritaria non comincia quando vengono abolite le elezioni. Comincia quando si diffonde l’idea che soltanto una parte della popolazione rappresenti davvero il popolo e che le altre parti costituiscano un ostacolo alla sua volontà.
Il buonsenso come maschera del potere
Il pericolo di Vannacci non consiste dunque soltanto nel contenuto delle sue opinioni. Consiste nella capacità di presentarle come neutrali, naturali e perfino apolitiche. Il “buonsenso” diventa la maschera attraverso cui un determinato ordine sociale evita di dichiararsi ideologico. Chi difende la gerarchia parla a nome della natura; chi contesta quella gerarchia viene accusato di ideologia. Chi appartiene alla maggioranza rappresenta la normalità; chi chiede riconoscimento pretende un privilegio. In questo modo la diseguaglianza non viene apertamente proclamata: viene fatta apparire come il semplice riflesso della realtà. È precisamente qui che occorre esercitare una vigilanza antifascista. Non limitandosi a condannare le parole più provocatorie, ma smontando il meccanismo che le rende plausibili. Una democrazia non è una comunità nella quale la minoranza deve semplicemente adeguarsi. È un ordinamento nel quale la maggioranza può governare senza trasformare la propria forza numerica in una superiorità morale, culturale o umana.
Il buonsenso, quando accetta di essere sottoposto alla critica, può essere prudenza. Quando invece stabilisce chi sia normale, chi appartenga davvero alla comunità e quali diritti siano eccessivi, diventa l’alibi dell’autoritarismo.
Ed è spesso proprio così che una cultura neofascista cerca di rendersi accettabile: non presentandosi come fascismo, ma come semplice ritorno alla normalità.