di Antonio Fiumefreddo
C’è stato un tempo in cui l’Europa aveva paura di se stessa. Aveva visto abbastanza per sapere di che cosa era capace.
Le città distrutte, i milioni di morti, i campi di sterminio, le deportazioni, gli uomini caricati sui treni perché ebrei, oppositori, rom, omosessuali, diversi. E poi le colonne interminabili di profughi che attraversavano un continente ridotto in macerie. L’Europa del dopoguerra nacque anche da quella paura: non dello straniero, ma del ritorno della propria barbarie.
Per questo si diede regole, convenzioni, corti, dichiarazioni. La dignità della persona venne collocata prima dello Stato, proprio perché si era compreso che lo Stato, lasciato senza limiti, poteva diventare il carnefice dell’uomo.
Ottant’anni dopo quella memoria si sta facendo più debole. Celebriamo giornate, pronunciamo discorsi, deponiamo corone, ma il ricordo rischia di diventare innocuo quando viene separato dal presente.
Lampedusa, Ceuta e Lesbo sono il luogo nel quale questa contraddizione diventa visibile.
Non sono soltanto tre punti sulla carta geografica; sono tre porte alle quali bussano disperwti che hanno attraversato deserti, prigioni, violenze, guerre, persecuzioni, fame. Alcune hanno diritto all’asilo, altre no. Alcune fuggono da una guerra, altre dalla miseria. Ci sono donne incinte, bambini, uomini giovani. Ci sono anche migranti che, secondo le nostre leggi, dovranno essere rimpatriati. Non serve confondere condizioni giuridiche differenti per riconoscere ciò che le precede tutte: sono esseri umani.
Ed è precisamente questa evidenza elementare che il discorso pubblico sta progressivamente cancellando.
Il migrante non ha più un volto. È diventato un numero: gli sbarchi, gli arrivi, le espulsioni, le quote. Oppure una parola: clandestino, invasore, irregolare. Il passaggio decisivo avviene quando smettiamo di domandarci chi sia la persona che abbiamo davanti e cominciamo a chiederci soltanto da quale pericolo dobbiamo difenderci.
La paura è un sentimento umano. In politica, però, è anche una straordinaria risorsa.
Una società impaurita accetta ciò che una società serena discuterebbe. Accetta muri più alti, controlli più invasivi, eccezioni alle regole; tollera che la sofferenza degli altri venga considerata un inconveniente necessario. Soprattutto, cerca qualcuno al quale attribuire la propria inquietudine.
Le nostre società hanno molte ragioni reali per essere inquiete. Il lavoro è diventato più fragile, il ceto medio si impoverisce, le periferie conoscono abbandono e insicurezza, i giovani dubitano di poter vivere meglio dei propri genitori. La guerra è tornata alle porte dell’Europa. La globalizzazione ha prodotto ricchezza, ma l’ha distribuita male. Sono questioni difficili, che richiederebbero politiche altrettanto difficili.
È molto più semplice indicare una barca.
Quella barca diventa allora la spiegazione di paure che erano già lì prima del suo arrivo.
Per questo Lampedusa, Ceuta e Lesbo ci riguardano. Non sono la periferia dell’Europa, bensì il suo banco di prova.
È facile proclamare la dignità umana nelle sale solenni. È facile ricordare i profughi del passato quando ormai appartengono alla storia. La prova comincia quando il profugo è davanti a noi, bagnato, impaurito, senza documenti, e ci chiede di riconoscere in lui ciò che riconosciamo senza fatica in noi stessi.
Un uomo.
È lì che si misura l’Europa.
Ed è lì che, se continueremo a preferire la paura all’umanità, rischiamo di perderla.