di Laura Sanfilippo - piscologa 

​Osservando il dibattito pubblico di questi tempi, c’è un dettaglio visivo che continua a colpirmi: il continuo riaffiorare dei simboli dell’Antica Roma. Tra coriasse, elmi, adunate e un’estetica epica — oggi persino amplificata dalle immagini iperrealiste generate dall’intelligenza artificiale —, ci si ritrova davanti a un paradosso disarmante. Com’è possibile che, a quasi un secolo dalla catastrofe del Ventennio, la figura del condottiero e il richiamo alla forza esibita conservino una tale presa sull'immaginario collettivo?

​Per provare a darmi una risposta, credo non basti fermarsi alla semplice critica della propaganda politica. Bisogna scavare più a fondo, all’incrocio tra la memoria storica e la nostra struttura psicologica profonda.

​La vertigine del vuoto e il declino della funzione paterna

​Da decenni la psicoanalisi — penso in particolare alla lezione di Jacques Lacan — parla dell’«evaporazione del padre», ossia del progressivo tramonto dell’autorità patriarcale e dei grandi contenitori simbolici che un tempo offrivano regole, confini e punti di riferimento certi.

​Se da un lato questo processo ci ha affrancati da strutture rigide, dall’altro ci ha immersi in una vertigine di frammentazione. Nel regime contemporaneo, dove tutto sembra possibile e nulla fa più da limite, l’individuo non si riscopre più libero, ma spesso profondamente solo e disorientato. E di fronte all’angoscia della complessità, la tentazione di cercare risposte immediate e rassicuranti diventa fortissima.

​La grande confusione: scambiare la forza per autorevolezza

​È proprio in questo vuoto che si innesca un cortocircuito pericoloso: la tendenza a scambiare la forza bruta con la vera autorevolezza.

  • Il Padre Simbolico è colui che insegna il limite senza schiacciare, che si assume la responsabilità di trasmettere un senso attraverso l'esempio e la parola, sapendo anche mostrare le proprie fragilità.
  • Il Padre Padrone è invece una figura regressiva: si pone al di sopra della legge, promette una protezione totale in cambio di sottomissione e riduce la realtà a slogan, dividendo il mondo in amici e nemici.

​Il consenso verso certe leadership muscolari tradisce, in fondo, una forte nostalgia infantile. È il desiderio che arrivi qualcuno a toglierci il peso della scelta e della responsabilità, un "padrone" che metta ordine con un pugno sul tavolo.

​La Romanità AI e la scorciatoia emotiva

​In questo quadro, il mito di Roma e la sua simbologia funzionano come un catalizzatore emotivo perfetto. La romanità evoca istintivamente disciplina, potenza e un’idea di grandezza perduta che risuona nella pancia prima ancora che nella testa.

​L’uso odierno dei social e delle immagini generate dall'AI ha reso questa dinamica ancora più pervasiva: non servono più i monumenti di marmo, bastano pochi secondi di scroll per essere catturati da un’estetica "kolossal". È una scorciatoia visiva studiata per bypassare il filtro critico, trasformando la politica in uno spettacolo d'azione.

​Una riflessione aperta

​Credo che la rincorsa all'uomo forte e la fascinazione per certi miti del passato non siano un segno di forza della società, ma la spia di una sua profonda fragilità difensiva.

​Il "Padre Padrone" non risolve l'assenza di punti di riferimento, ne rappresenta solo la parodia: offre l'illusione della sicurezza al prezzo di infantilizzare i cittadini. Imparare a riconoscere queste trappole emotive è, forse, il primo passo necessario per recuperare il senso di un'autorità democratica matura, capace di guidare senza il bisogno di dominare.