di Lady Jasmine
Dal Pride alla cabina elettorale
Il rapporto tra mondo LGBTQIA+ e politica è sicuramente complesso e travagliato.
Alcune posizioni sono fortemente condivise dalle varie realtà del movimento, altre invece creano molti distinguo. Ma il dato più politicamente rilevante di questo ampio schieramento resta la sua astensione dal voto, a fronte di un impegno sociale e politico enorme, nel senso più ampio del termine.
Spesso le persone che spendono tempo ed energie durante tutto l'anno, organizzando luoghi, momenti e spazi per permettere alla community di incontrarsi, poi non votano. Non perché non si sentano rappresentate, ma, soprattutto, perché si sentono strumentalizzate.
Molti politici LGBTQIA+ hanno fatto della propria identità l'unica cifra politica del loro impegno. Questo fa sentire le persone elettrici sminuite, ridotte a una massa indistinta, come se il loro unico interesse fosse dettato dall'agenda di chi le rappresenta, e non dai bisogni reali che vivono ogni giorno.
Al contrario, il movimento LGBTQIA+ è spesso presente in prima linea in molte manifestazioni: da quelle antifasciste a quelle pacifiste, dal Black Lives Matter a quelle contro le guerre di annessione.
Questo mondo, che unisce tante anime accomunate dallo stigma sociale, dal rischio di aggressioni e dall'assenza di diritti, sente forte la necessità di dare il proprio contributo al cambiamento di rotta di cui il nostro paese ha davvero bisogno.
La quantità di persone che, senza alcun tornaconto personale, dedicano tempo e impegno è incredibile, soprattutto considerando l'ondata di aggressioni e violenze che nell'ultimo periodo ha colpito chi si espone in questo senso.
Non è facile da capire, ma i temi della sicurezza, dell'emergenza casa, dell'impoverimento dei lavoratori e della disoccupazione dilagante colpiscono questa community in maniera specifica e particolare, diventando per le persone LGBTQIA+ un problema nel problema.
Coinvolgere questa ampia schiera di persone — tendenzialmente sfiduciate, ma pronte a impegnarsi laddove ci fosse la possibilità di aderire a un progetto che ponga le loro necessità tra quelle di cui si deve parlare, e che tenga conto delle loro specificità nel risolvere i problemi che affliggono questo paese — è probabilmente una delle chiavi della possibile vittoria di uno schieramento progressista, ma anche un viatico necessario per riavvicinare le nuove generazioni alla politica istituzionale.
Questo è possibile se si crea un canale di ascolto delle reali necessità, senza soluzioni calate dall'alto da chi spesso guarda il mondo da una posizione di forte privilegio non percepito, ma attraverso un confronto reale con chi vive concretamente le sfide di cui si parla, e ne ha quindi un polso ben più preciso.
Per molte persone della community LGBTQIA+ le vere sfide sono trovare una casa, avere un lavoro, o semplicemente tornare a casa con la sicurezza di non essere aggredite. Sfide quotidiane e concrete, che possono essere comprese solo da chi le vive ogni giorno, da chi le affronta dall'interno.
La community LGBTQIA+ ha bisogno di essere rappresentata dal basso, da chi non affronta le discriminazioni con lo scudo della disponibilità economica. Perché l'unica cosa peggiore di essere queer in Italia è essere queer e povere.