GELLI, LA MORTE DEL COL. FLORIO, I RAPPORTI DEL CAPO DELLA P2 CON CATANIA

Erano le 18.40 del 26 luglio del 1978, la visibilità era ottima, con il cielo sereno di un’estate inoltrata. La Fiat 131 della Guardia di Finanza percorreva l’autostrada del Brennero, proveniente da Vipiteno e diretta a Modena quando, all’altezza dello svincolo per Carpi, sbandò repentinamente e, percorsi circa trecento metri senza più alcun controllo, scavalcò lo spartitraffico, finendo per impattare frontalmente contro una Mercedes che transitava su quel tratto di strada in direzione opposta.

L’urto violentissimo provocò la morte dei due occupanti della Fiat e dei due passeggeri della Mercedes.

A bordo dell’auto di servizio si trovava il Col. Salvatore Florio, alto ufficiale della Guardia di Finanza, nato a Catania il 10 febbraio 1926, che nello scontro fu scaraventato fuori dall’abitacolo e rinvenuto sul selciato della strada a oltre cinque metri dal mezzo.

Morì così, all’età di 52 anni, l’ufficiale delle Fiamme Gialle che, giovane orfano, aveva lasciato Catania per l’Accademia, e che ora lasciava la moglie e due figli.

Poco dietro la vettura di servizio, il caso volle che si trovasse un giornalista del nostro quotidiano “La Sicilia”. Era lì in vacanza, a bordo della sua autovettura, e raccontò poi alla moglie dell’ufficiale di aver visto l’auto perdere il controllo repentinamente, come se qualcosa di improvviso fosse accaduto al mezzo o a chi lo guidava.

Un incidente? Forse, o forse no!

La moglie e il fratello, ma anche la magistratura, con il Giudice Istruttore Dell’Osso, che a lungo se ne occupò, nutrirono forti dubbi che si fosse trattato di un incidente e non di un attentato. 

Dovettero, però, fin da subito fare i conti con una certa superficialità negli accertamenti successivi allo scontro, rilevando come addirittura nessuno avesse pensato (sic!) di compiere una perizia tecnica sulla Fiat 131 per accertare se la stessa avesse avuto un qualche guasto meccanico improvviso o fosse stata manomessa.

La moglie, Myriam Cappuccio, riferì al Magistrato che il marito era molto scrupoloso nel fare controllare continuamente sia l’auto personale che quella di servizio ed aggiunse che aveva chiesto ed ottenuto la sostituzione dell’autista con uno assai prudente e da lui preferito; evidentemente, dunque, qualcosa forse temeva.

Anche il fratello del Colonnello, l’indimenticato presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Catania, l’Avv. Nino Florio, papà del compianto altro presidente, Fabio Florio, sentito nel corso della istruttoria, spiegò che, a un certo punto, venuto a conoscenza delle indagini seguite dal fratello, apprese che nel suo stesso ambiente militare si parlava di attentato, inizialmente addirittura collegato al terrorismo, visto il periodo particolare: appena due mesi dopo l’assassinio del Presidente Aldo Moro.

La pista dell’incidente casuale evidentemente, però, non convinse quasi nessuno, al punto che vi furono anche delle interrogazioni parlamentari, presentate dall’On. Enzo Trantino per l’MSI e dai Radicali Emma Bonino, Adelaide Aglietta e Roberto Cicciomessere, con le quali si denunciavano le anomalie di quella morte ed il collegamento con il delicato ruolo rivestito dall’Ufficiale.

Ma quali erano state le indagini seguite dal Col. Florio, tanto da far temere che potesse esservi un collegamento con la sua morte?

Ebbene, Salvatore Florio, a capo dell’importantissimo Ufficio “I”, presso il Comando generale della Guardia di Finanza, era stato il primo ad occuparsi, insieme con i suoi sottoposti, di un signore allora sconosciuto ai più: Licio Gelli.

Era il 1974, e cioè ben sette anni prima delle perquisizioni che avrebbero poi portato alla scoperta della lista, forse incompleta, degli iscritti alla Loggia P2.

Negli appunti del Col. Florio, c’era già traccia di tutto: dalla militanza del predetto fino al 1956, probabilmente già sotto copertura, nel PCI, addirittura membro del comitato provinciale di Grosseto, fino all’avvicinamento alla DC, ai suoi interessi in Lebole, all’epoca di proprietà dell’ENI, ai traffici con il Sud America e con i Paesi dell’Est Europa, ai rapporti con i vertici militari e dei Servizi, alle relazioni con banchieri di primo piano, agli interessi nell’editoria nazionale, dai quotidiani locali al Corriere della Sera.

A quel punto, il Col. Florio fu dapprima avvicinato personalmente da Licio Gelli e blandito, con la proposta di entrare in Loggia per far carriera ma, di fronte al fermo rifiuto di quell’ufficiale onesto, non restò che passare ai soliti metodi.

Con l’insediamento del Gen. Raffaele Giudice come Comandante generale della Guardia di Finanza, ma anche tessera n. 535 della P2, il Col. Florio fu subito avvicendato all’Ufficio “I“con un altro ufficiale, mentre gli vennero proposte sedi provinciali periferiche, palesemente punitive e tali, comunque, da allontanarlo dalla sua famiglia che viveva a Roma.

Accettò, infine, Genova, ma, poiché anche da lì aveva ripreso alcune indagini delicate sugli idrocarburi, fu nuovamente trasferito, questa volta con l’incarico innocuo di vice Comandante della Scuola Allievi Ufficiali della Guardia di Finanza.

Non mancherà, peraltro, di affrontare proprio il Comandante generale, rappresentandogli che ben conosceva le sue amicizie pericolose e la vicinanza a certi ambienti. 

Era il mese di giugno del 1978, un mese dopo moriva nelle circostanze già descritte.

Il Col. Florio aveva con sé una borsa mentre deteneva nella cassaforte in Ufficio dei documenti sulla delicata indagine; la borsa non fu mai restituita alla vedova e i documenti scomparvero dalla cassaforte. 

Ma se c’è stato questo nostro coraggioso concittadino che si è occupato di una delle figure più inquietanti della Repubblica, ripagato con la mirra della punizione e fino a ricevere come stipendio la morte, altri invece sotto l’Etna imbastivano ben altro tipo di rapporti con il cosiddetto Venerabile di Arezzo.

Agli inizi degli anni ’80, quindi, dopo la scoperta degli elenchi della P2, in cui figuravano molti siciliani, tra cui alcuni catanesi illustri come Antonino Urbano, Cirino Fichera e Umberto Campisi, fu data delega all’Ufficio Digos della Questura di Catania per verificare alcuni rapporti intessuti da Gelli con soggetti identificati e residenti in città o in provincia.

Se i tre iscritti, rinvenuti nelle liste della Loggia P2, erano noti cattedratici e medici stimati, diverso sembrò il profilo di persone assai meno note, quando non del tutto sconosciute, in accertati rapporti con il piduista di Castiglion Fibocchi.

Tra i documenti declassificati si rinviene, ad esempio, un accertamento “Riservato” su un consigliere comunale di un centro importante della provincia che, interpellato dagli Agenti, dichiarò di <<conoscere alcune note personalità, tra cui Licio Gelli, con il quale in più occasioni si sarebbe incontrato. Con lo stesso avrebbe programmato di organizzare un incontro-dibattito con i giovani avente per tema: “Il libro di poesie di Gelli”.>>

Non sappiamo se Gelli abbia poi effettivamente mai presentato quel libro, ma tra le sue poesie c’è un verso che recita: <<Mi lascio dietro una traccia di ricordi nostalgici ed una vita equivoca e disseminata di trappole, e così che mi perdo nel tramonto appena nato e nei sogni mi si schiude l’incertezza del futuro>>. Lirica, neppure tanto ermetica, in cui confessa una vita equivoca e disseminata di trappole, anche se non è specificato se tese all’autore o dall’autore.

Il consigliere comunale, comunque, non era l’unico riferimento del dichiarato capo della P2, poiché in quelle carte ora desecretate compaiono piccoli imprenditori locali, anonimi dipendenti di strutture pubbliche e liberi professionisti.

Non è dato conoscere, per la verità, perché mai queste carte, con gli accertamenti di polizia, le verifiche sub-delegate da altre Questure, e le acquisizioni della Prefettura, siano state secretate. Ma tutto ciò avvenne mentre il Parlamento aveva appena varato la Commissione di Inchiesta sulla P2, presieduta dall’On. Tina Anselmi con vicepresidente l’On. Salvo Andò.

Autorevoli studiosi hanno scritto che, mentre alcuni nelle Istituzioni ricercavano la verità, altri brigavano per coprirla e per ridimensionare comunque le inconfessabili azioni opache, quando non criminali, che i vertici di quella Loggia deviata, nella loro doppia veste di vertici dello Stato e di obbedienza massonica coperta, avevano compiuto e persistevano nel compiere.

Non ci siamo, però, dimenticati del nostro Col. Florio e cosa accadde ai suoi collaboratori, che nel lontano 1974 avevano osato indagare su Licio Gelli.

Infatti, il Tenente Colonnello Serrentino, redattore nel marzo del 1974, su incarico di Florio, di un importante “Appunto” su Licio Gelli, si congedò nell’ottobre dello stesso anno, pur avendo ancora davanti la possibilità di una carriera importante.

Anche il Maggiore De Salvo si congedò, ed anch’egli giovane.

Il più stretto collaboratore, il Cap. Luciano Rossi, si suicidò il 5 giugno 1981. Uno dei suoi rapporti del 1974, uno di quelli scomparsi e che proprio Florio aveva ordinato, fu ritrovato a Villa Wanda, la residenza di Gelli. L’8 giugno di quell’anno avrebbe dovuto essere interrogato in Procura a Milano, nell’ambito dell’inchiesta sulla P2 e lo stesso giorno in cui Rossi si sarebbe sparato, si era recato dal suo legale, al quale aveva confidato i suoi sospetti sulla morte non accidentale di Florio.

Infine, a proposito di morti sospette, Catania fu teatro di un altro singolare suicidio, sempre legato alla P2: il 3 marzo 1985 morì, infatti, all’età di 55 anni, il Colonnello dell’Esercito Vito Alecci, in servizio alla Sommaruga, compagno per un lungo periodo di Nara Lazzerini, la segretaria di Licio Gelli; la donna che per anni aveva assistito agli incontri riservati del Venerabile all’Hotel Excelsior di Roma, e che parlò di <<un omicidio bello e  buono>>, da ricondurre senza esitazione alla Loggia.

Anche il Col. Alecci, che risultò iscritto alla P2, era stato sentito come testimone dai Magistrati di Milano che, ad un certo punto dell’interrogatorio, gli chiesero dell’On. Flaminio Piccoli, di Carmine Pecorelli e di Michele Sindona. 

Insomma, anche in questa trama irrisolta, che è stata la P2, con più d’uno ancora in giro e dunque beneficiato dall’impunità, Catania e alcuni catanesi hanno svolto un ruolo, qualcuno dalla parte dei buoni e altri da quella dei cattivi.

Se è vero, come diceva S. Agostino, che la verità è morosa ma adempiente, ci toccherà forse prima o poi conoscerla.