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Italiani bravi gente

Da Graziani a Vannacci...un contributo del prof. Mario Bolognari

Dettagli
Categoria: In Evidenza
05 Agosto 2026
Visite: 28

Mario Bolognari è stato parlamentare nazionale e più volte sindaco di Taomina, ma è soprattutto un antroplogo sociale, ordinario emerito dell'università.

Il suo contributo, merita quindi particolare attenzione; ecco perchè pubblichiamo un bellissimo articolo uscito su Pluralia (https://pluralia.com/a/da-graziani-a-vannacci-i-generali-degli-italiani-brava-gente/)

 

L'Italia non ha fatto davvero i conti con il proprio passato razzista. Il generale Rodolfo Graziani, Viceré d'Etiopia, compì stragi e massacri in nome della razza bianca. E il razzismo degli italiani ora riemerge più prepotente senza che sia stato fatto un serio mea culpa. A differenza che col fascismo. Ed ecco il generale Roberto Vannacci ottenere consensi 

A ottanta e più anni dalla liberazione dal nazifascismo, gli scontri ideologici assumono sempre maggiore intensità

Alcune contingenze politiche italiane hanno negli ultimi anni sollevato una serie di questioni che hanno a che fare con la storia novecentesca di questo Paese. Per esempio, uno studioso di letteratura italiana che lavora al Bard College di New York, Franco Baldasso, si è interrogato sulla transizione dal fascismo alla democrazia dopo la Seconda Guerra Mondiale, pubblicando anche in Italia Verso quale redenzione. Democrazia, letteratura e memoria dopo il fascismo; uno storico dell’arte, Raffaele Bedarida, invece, ha esaminato il controverso rapporto tra artisti fascisti e artisti antifascisti; sono stati invocati esempi anche nel cinema, nella pittura, nell’architettura, per rappresentare una controversa redenzione.

Di mezzo ci è andato il 25 aprile, festa dedicata alla liberazione dal nazifascismo e ai valori democratici e antifascisti della Costituzione repubblicana, condivisi, almeno a parole, da un ampio arco di forze liberali, repubblicane, socialiste, comuniste e cattoliche. Le ultime edizioni di quella giornata sono state occasione di scontri ideologici, sul piano storiografico e sul piano politico, di sempre maggiore intensità, con forze politiche e cittadini che sempre meno si sono riconosciute in quei valori resistenziali.

Perché tutto questo? A ottanta e più anni da quella transizione così controversa? E che cosa è in gioco?

Molti osservatori sostengono che l’Italia non abbia fatto i conti definitivamente con il fascismo e che questa carenza stia presentando il conto. Personalmente, ho qualche dubbio sulla efficacia e correttezza di questa spiegazione. Non perché non creda che ci siano fascisti tra gli italiani o tra gli aderenti a qualche partito governativo, ma perché la Resistenza, per quanto combattuta e vinta da una minoranza, negli anni 1943-45, ha sconfitto non solo il nemico “tedesco” e il traditore “italiano”, ma anche tutto ciò che essi rappresentavano: organizzazione paramilitare, repressione violenta, terrore squadrista, fucilazioni, rappresaglie, persecuzione poliziesca, confino, delitto politico, deportazione, campi di concentramento, abolizione delle consultazioni popolari, cancellazione dei diritti civili e politici, assunzione della guerra come sistema di potere e definizione della propria identità. Cioè, il fascismo come organizzazione oggi non ha una sua forma e consistenza, se non come violenza verbale, invettiva politica, arroganza intellettuale.

Tuttavia, il fascismo aveva incorporato altri mostri ideologici che in Italia preesistevano alla Marcia su Roma e che furono un facile innesto nell’anima populista e movimentista del fascismo, come, per esempio, il razzismo. Nella cultura italiana dalla fine dell’Ottocento agli anni Venti furono coltivate idee razziste nelle scienze, nella letteratura, nell’arte cinematografica, nella fumettistica, nella comunicazione sociale. Il materiale è vastissimo e in questa sede non riassumibile. Ricordo che esiste un’ampia bibliografia in proposito, che pone in evidenza come canzoni, film, romanzi e pubblicità del tempo veicolassero messaggi razzisti. Bene, questa parte permane ancora oggi e in forma neanche tanto latente. Anzi. In parole semplici, la credenza che i comportamenti sociali siano diretti discendenti della nostra struttura genetica e fisica: principio che vale per i neri e i bianchi, i meridionali e i settentrionali, le donne e gli uomini, e via discriminando.

Quando nel 1935 l’Italia aggredì l’Etiopia, facendo inorridire la Società delle Nazioni, il terreno di coltura di stupri, impiccagioni e violenze di ogni genere era già pronto da decenni, senza che si dovesse attendere l’avvento del fascismo. Persino il regio esercito dovette, in un secondo momento, mettere al bando la famosissima canzoncina, Faccetta nera, che alludeva alla ricompensa erotica per i militari in missione. Infatti, il fenomeno del madamato ebbe un effetto talmente devastante sulla disciplina e sull’efficienza delle truppe stanziate in Etiopia, che si dovette correre ai ripari, peraltro senza grande successo. Si ricordi, in proposito, le affermazioni di Indro Montanelli sul suo matrimonio (“comprato”) di una adolescente etiope di appena dodici anni.

C’è un’interessante raccolta di fotografie trovate nelle case delle famiglie italiane che una decina di anni fa è stata pubblicata e analizzata dal punto di vista antropologico, come spettro dell’ideologia razzista italiana. Il titolo di quella raccolta (nella foto), Lo scrigno africano. La memoria fotografica della guerra d’Etiopia custodita dalle famiglie italiane, indica proprio il fatto che, mentre col fascismo gli italiani hanno fatto i conti, con il razzismo non li hanno fatti ancora, con un meccanismo di rimozione perverso e di rimorso che ha nascosto certe verità per decenni. Infatti, un altro volume sull’argomento, ma che abbraccia studi storici, etnografici, geografici e letterari, si intitola Tra rimozione e rimorso. Solo negli anni Sessanta e Settanta gli studiosi, a iniziare da Angelo Del Boca, hanno cominciato a rivelare la ferocia degli italiani nelle colonie, smentendo quella comoda immagine de “gli italiani brava gente”.

Bisogna sempre ricordare che, se è pur vero che durante il fascismo sono stati utilizzati elementi razzisti, dando loro forma di sistema di pensiero politico, con connotazioni sovraniste, soprattutto per l’azione intrapresa nelle colonie, è anche vero che una attività persino scientifica di impostazione razzista ha preceduto il fascismo e faceva parte dell’Italia liberale postunitaria. Non solo nelle colonie, ma anche, per esempio, nelle trincee della Grande Guerra la scala di giudizio su intelligenza, orgoglio, senso del dovere era vincolata a un assunto razzista: l’appartenenza genetica e la fisionomia indicavano la cultura delle persone, i loro tratti fisici modellavano la loro psiche. Un pensiero lombrosiano, per così dire, popolare e facilmente impiegabile a qualsiasi livello.

Il fascismo ha esasperato, reso politicamente rilevante questa forma popolare di razzismo, ma con grandi giustificazioni scientifiche che l’accademia del tempo non mancò di elaborare. Nel 1938, con l’emanazione delle leggi razziali, se da una parte si ruppe un patto etico all’interno della società italiana (molti ebrei erano fascisti e molti di essi si meravigliarono sinceramente), con conseguenze devastanti nelle città a più alta densità ebraica, dall’altra le norme, per quanto dure e repressive, furono sostanzialmente accettate dalla stragrande parte degli italiani.

In questo senso, la transizione alla democrazia presenta ancor oggi diversi punti controversi. La Resistenza, seppur combattuta da una minoranza e confinata in una sola parte del Paese, ha consentito, attraverso atti, decisioni legislative, lavoro politico di massa, di fare i conti con il fascismo e di avviare una riconciliazione tra parti opposte che si erano combattute con le armi. Ma questo lavoro di redenzione non è stato esteso a tutte le diverse storture mostrate durante il ventennio e, soprattutto, durante gli anni della Repubblica Sociale di Salò e della lotta armata. In particolare, sull’ideologia razzista poco o niente è stato fatto.

Il generale Graziani, detto il "macellaio del Fezzan" 

Il viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani ordinò una strage di innocenti cittadini, alcuni dei quali erano novizi della chiesa cristiana, a causa di un attentato perpetrato nei suoi confronti da parte di due eritrei, il 19 febbraio 1937. La ferocia e la violenza di quella vendetta sono state documentate e hanno costituito un poderoso atto di accusa a livello internazionale. Nel dopoguerra, a causa dell’uso di gas tossici e dei bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa durante la guerra d’Etiopia, fu inserito dalla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra nella lista dei criminali di guerra su richiesta del governo etiope, ma non venne mai processato. La richiesta di estradizione presentata dall’Etiopia fu negata dall’Italia nel 1949. Fu invece processato e condannato a 19 anni di carcere per collaborazionismo, anche se solo dopo quattro mesi fu scarcerato. Da questa vicenda si può comprendere che il collaborazionismo fu ritenuto elemento più rilevante e grave del trattamento dei cittadini africani come bestie.

Questa premessa storica spiega il contenuto del lavoro di Paola Tabet, che nel 1997 ha pubblicato La pelle giusta, un lavoro di ricerca effettuato nelle scuole elementari e medie italiane. “Il sistema di pensiero razzista, scrive, che fa parte della cultura della nostra società è come un motore, costruito, messo a punto e non sempre in moto né spinto alla velocità massima […] Può al momento buono, in un momento di crisi, partire […]. Questo sistema non nasce a un tratto quando arrivano in Italia gli immigrati. Come se essi, le loro persone, fossero necessarie per far nascere delle rappresentazioni razziste, o quasi che tali idee fossero causate da loro. No, questo sistema di pensiero si è formato ben prima, è un sistema di lunga costruzione, che ha subito revisioni e mutamenti, capace di integrare elementi di ricambio”.

Tabet conclude che il razzismo, prima che ideologia, senso comune e teoria, è un rapporto sociale, come sostiene Balibar, che in Italia ha seguito un processo storico, grazie al colonialismo e all’elaborazione di idea di razza sia sul piano intellettuale, sia sul piano politico.

Insomma, l’Italia deve ancora fare i conti con la propria esperienza otto-novecentesca di razzismo, di più e oltre la sua redenzione dal fascismo. Il successo elettorale, prima della Lega di Matteo Salvini e poi del movimento Futuro Nazionale, è una spia, minima e di per sé poco rilevante, di un meccanismo inconsapevole molto profondo e quanto mai pericoloso per la società che stiamo costruendo (o distruggendo).

ANTROPOLOGO SOCIALE 

Mario Bolognari

Una Riflessione per il Presente

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Categoria: In Evidenza
02 Agosto 2026
Visite: 27

Il fascismo rappresenta uno dei fenomeni politici più significativi e controversi del XX secolo. Nato in Italia nel periodo successivo alla Prima Guerra Mondiale, ha profondamente influenzato la storia nazionale ed europea, lasciando conseguenze che ancora oggi vengono studiate e ricordate.

Il Contesto Storico

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, l'Italia attraversava una fase di grande difficoltà. Nonostante fosse tra le nazioni vincitrici, il Paese era segnato da una grave crisi economica, dall'aumento della disoccupazione, dall'inflazione e da un diffuso malcontento sociale.

Molti italiani ritenevano che i sacrifici sostenuti durante il conflitto non fossero stati adeguatamente ricompensati. In questo clima di incertezza si diffusero tensioni politiche, scioperi, proteste operaie e occupazioni di fabbriche e terreni.

La Nascita del Fascismo

Il movimento fascista fu fondato da Benito Mussolini il 23 marzo 1919 con la creazione dei Fasci Italiani di Combattimento a Milano.

Inizialmente il movimento presentava caratteristiche diverse da quelle che avrebbe assunto successivamente, ma nel corso degli anni si trasformò in una forza politica organizzata che faceva leva sul nazionalismo, sull'ordine pubblico e sulla promessa di stabilità.

Le squadre fasciste, note come "camicie nere", si scontrarono spesso con organizzazioni socialiste, comuniste e sindacali, contribuendo ad alimentare un clima di forte conflittualità politica.

La Presa del Potere

Nel 1922 il fascismo compì un passo decisivo con la Marcia su Roma. A seguito di questo evento, il re Vittorio Emanuele III affidò a Mussolini l'incarico di formare un nuovo governo.

Nei primi anni il fascismo operò all'interno delle istituzioni esistenti, ma progressivamente trasformò il sistema politico italiano in una dittatura.

Tra il 1925 e il 1926 vennero limitate le libertà politiche, sciolti i partiti di opposizione, sottoposta la stampa a censura e rafforzato il controllo dello Stato sulla società.

Le Caratteristiche del Regime

Il regime fascista si basava su alcuni elementi fondamentali:

  • Centralizzazione del potere nelle mani del capo del governo.
  • Controllo dell'informazione e della propaganda.
  • Limitazione delle libertà politiche e civili.
  • Esaltazione del nazionalismo.
  • Forte presenza dello Stato nella vita pubblica.
  • Educazione e organizzazioni giovanili orientate alla formazione ideologica.

Nel corso degli anni Trenta il regime consolidò ulteriormente il proprio controllo sul Paese.

Le Leggi Razziali

Nel 1938 furono introdotte le leggi razziali che colpirono in particolare gli ebrei italiani.

Queste norme limitarono l'accesso al lavoro, all'istruzione e alla vita pubblica per migliaia di cittadini, rappresentando una delle pagine più dolorose della storia italiana.

La Seconda Guerra Mondiale

Nel 1940 l'Italia entrò nella Seconda Guerra Mondiale al fianco della Germania nazista.

Il conflitto provocò enormi perdite umane, distruzioni materiali e una grave crisi economica e sociale. Le sconfitte militari indebolirono progressivamente il regime.

Nel luglio del 1943 Mussolini fu destituito e arrestato. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, l'Italia visse una fase drammatica caratterizzata dall'occupazione tedesca, dalla guerra civile e dalla Resistenza.

La Fine del Fascismo

Il 25 aprile 1945 segnò la liberazione dell'Italia dal nazifascismo e la conclusione di un periodo che aveva profondamente segnato il Paese.

Nel 1946 gli italiani furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica. Vinse la Repubblica e iniziò la costruzione di un nuovo sistema democratico.

Le Conseguenze Storiche

Le conseguenze del fascismo furono profonde:

  • Soppressione delle libertà democratiche per oltre vent'anni.
  • Persecuzioni politiche e razziali.
  • Coinvolgimento dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale.
  • Gravi perdite umane e materiali.
  • Divisioni sociali e politiche che hanno lasciato tracce durature.

Allo stesso tempo, l'esperienza della dittatura contribuì a rafforzare, nel dopoguerra, l'importanza dei principi democratici, dei diritti fondamentali e delle garanzie costituzionali.

Una Riflessione per il Presente

Studiare la storia del fascismo non significa soltanto analizzare il passato. Significa comprendere come le crisi economiche, sociali e politiche possano favorire l'emergere di movimenti autoritari e quanto sia importante difendere il pluralismo, il confronto democratico e il rispetto dei diritti umani.

La memoria storica non serve a dividere, ma a comprendere. Conoscere ciò che è accaduto aiuta a costruire una società più consapevole, capace di affrontare le sfide del presente nel rispetto della libertà, della dignità della persona e delle istituzioni democratiche.

Memoria Libertà e Responsabilità

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Categoria: In Evidenza
02 Agosto 2026
Visite: 21

L'antifascismo non è soltanto il ricordo di una pagina della storia italiana. È prima di tutto la difesa di principi che appartengono a ogni società democratica: la libertà di pensiero, il rispetto della dignità umana, il pluralismo delle idee e il diritto di ogni cittadino a partecipare alla vita pubblica senza paura o discriminazioni.

Il Fronte Antifascista nasce dalla convinzione che la democrazia non sia un bene acquisito per sempre, ma un patrimonio da custodire e rafforzare ogni giorno. La memoria storica ci insegna che quando vengono limitate le libertà individuali, quando il dissenso viene soffocato e quando una sola voce pretende di rappresentare tutti, la società perde una parte fondamentale della propria umanità.

Essere antifascisti oggi significa quindi promuovere una cultura del confronto, della partecipazione e del rispetto reciproco. Significa credere che le differenze di opinione siano una ricchezza e non una minaccia. Significa difendere il diritto di ciascuno a esprimersi liberamente, nel rispetto delle leggi e dei diritti degli altri.

Il nostro obiettivo non è alimentare divisioni o contrapposizioni ideologiche. Al contrario, crediamo che il futuro debba essere costruito attraverso il dialogo e la ricerca di soluzioni condivise. Rifiutiamo ogni forma di estremismo, di intolleranza e di odio, indipendentemente dalla provenienza politica o culturale. La libertà autentica non può esistere senza responsabilità, così come la giustizia non può esistere senza equilibrio.

Per questo il Fronte Antifascista guarda avanti con speranza. Una speranza fondata sulla possibilità di costruire una società più giusta, dove i diritti siano garantiti a tutti, dove le istituzioni siano al servizio dei cittadini e dove il confronto democratico prevalga sulla contrapposizione sterile.

Il nostro impegno è quello di contribuire a un'Italia libera, democratica e solidale, nella quale nessuno debba temere di esprimere le proprie idee e nella quale il rispetto della persona rimanga sempre il valore più importante. Non una libertà senza regole, né una società dominata dagli estremi, ma una comunità fondata sull'equilibrio, sul rispetto reciproco e sulla responsabilità condivisa.

Perché la libertà è un bene prezioso, e difenderla è un dovere che appartiene a tutti.

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