SI COSTITUISCE IL FRONTE ANTIFASCISTA
Sembra da tempo di vivere come affacciati sul precipizio della nostra caduta, e da un pò si ha proprio la sensazione che si sia deciso di buttarci giù, protervamente disinteressati alle conseguenze della rovina, dimentichi della tragedia di Icaro.
Convinti che la solidarietà, l’empatia, l’altruismo, la generosità e l’accoglienza fossero oramai valori connaturati all’uomo, pensavamo d’esserci immunizzati al virus dell’odio, e invece, confermando la loro subdola pericolosità, perché si sa che i virus non muoiono mai, stiamo assistendo ad una pandemia che riesce ad infettare anche il nostro prossimo più insospettabile, il vicino di casa che pensavamo non potesse mai pensare o pronunciare giudizi così carichi di veleno verso gli altri: gli immigrati, i neri, i gay, i sinistri, con un elenco di proscrizione che ogni giorno, sul web, si arricchisce di una nuova categoria dell’impronunciabile.
La colpa è loro, degli altri, punto.
Se non c’è lavoro, non c’entrano i governi ma la colpa è di “quelli” che vengono a rubarcelo, se ci sono decine e centinaia di gang di giovani concittadini che spacciano e accoltellano ma c’è poi un immigrato che fa lo stesso, la colpa è di quello lì che è venuto in Italia per delinquere.
Poco importa ragionare, perché tanto l’unica cosa che passa è la parola d’ordine, quella si che si impone e nutre la pancia, e come tutto ciò che sta in pancia è poi destinata ad essere espulsa: è feccia.
Se in migliaia protestano pacificamente ma poi ci sono cento incappucciati che rompono tutto prendendo a sassate quei poveri poliziotti mandati in piazza per un misero stipendio, e allora anziché ragionare su come evitare che riaccada, si alza il violento di turno a dire che ci vogliono i cecchini, si i cecchini, “per stenderli”: e via, in tanti, troppi, ad applaudire.
Questa semina d’odio ha di sicuro origini da indagare profondamente, e non è questa la sede per farlo, ma una cosa l’abbiamo capita, e cioè che c’è un modo d’essere, un linguaggio fatto di parole, pronunciate come se si premesse sul grilletto di una pistola, una postura tetragona, un’espressione della mascella nostalgicamente muscolare, che quella semina favorisce e promuove.
Ha un nome: si chiama fascismo!
Si, c’è, in giro per il mondo un olezzo pungente e purulento, come accade quando si riaprono ferite infette, che rischia di contagiare le nostre coscienze, alimentato dalla paura e dall’ignoranza.
Ho provato, come tanti, grande inquietudine nell’osservare, e poi ascoltare, e poi mettere in pratica, fatti che mi ero illuso, ancora come tanti, fossero irripetibili e che appartenessero al tempo più buio della storia dell’uomo.
Ho denunciato il gen. Vannacci, convinto che in lui sia ben evidente, antropologicamente e socialmente, la manifestazione di idee irricevibili e di un partito che nel nostro Paese è vietato ricostituire, confidando che la Magistratura saprà tutelare la nostra Costituzione.
Credo, però, che non basti e che serva di più, che serva mobilitarsi, che servano soggetti che non si lascino ingabbiare nella logica dei partiti e degli schieramenti ma che siano capaci di recuperare quella trasversalità che fu nel DNA della Resistenza al regime fascista.
Non dispongo di finanziamenti e non forse nel mio convincimento c’è anche quella velleitarietà che accompagna ogni idealità, e forse pure una certa dimensione romantica delle idee; ma credo fermamente nel senso della testimonianza, cosicché sento il dovere di testimoniare il mio NO a questa immorale campagna d’odio che sta trascinando persino migliaia di ragazzi nelle sabbie mobili della violenza.
Ecco perché, dal basso, dal popolo, con espressione talvolta abusata, spontaneamente, credo sia maturo il tempo perché nel nostro Paese si costituisca un Fronte Antifascista.
Un Fronte di Resistenti e di Difensori di Democrazia, che raccolga la sfida che la storia pone periodicamente all’Uomo, perché rifiuti la barbarie, difenda le libertà conquistate, tuteli la sua stessa umanità e si prenda cura dei più deboli.
Le risposte e il riscontro, inattesi, arrivati dopo la denuncia nei confronti del gen. Vannacci, mi incoraggiano a pensare che è ora il momento e che non è ancora tutto perduto.
Antonio Fiumefreddo